venerdì 3 agosto 2012

Tears (for fears?)

Odio le partenze. Tanto quanto amo l'aspetto itinerante di un qualsiasi tipo di viaggio, che sia partire per una vacanza o tornare da selvino, tanto odio la partenza in sè.
E soprattutto mi capita quando sono gli altri a partire.
Odio la fase cruciale, dove si annidano le mie cariche emotive più primitive, e che tengo più nascoste.
Odio il momento dei saluti.


E mi capita da sempre con due persone sole. Mia mamma e A. .
Dal 2010, sono diventate 3, Lore joined the list.
E' impossibile per me guardarli negli occhi in quel momento, perchè comunque ci provo, perchè mi dispiace non farlo, cerco di nascondere lacrime che non tornano indietro, calco occhiali da sole già stretti sul naso, naso che gocciola, tira sù, si muove a sinistra e a destra per depistare un'attività lacrimevole già in atto, ma soprattutto già sgamata.
Mi guardano con delle facce intenerite dal mio stato allucinato, e io mi odio per questo.
Per riuscire a rendere una partenza, l'inizio di un viaggio, una cosa bellissima, a renderla pesante.
Perchè quello che provo e che descrivo ora non rende giustizia al fatto in sè. Semplicemente perchè non è una tragedia.
Non ho particolari complessi di abbandono a cui agganciare l'alibi, mi viene solo e semplicemente da piangere.


Con la stessa intensità che se fosse la fine di una storia d'amore, come se fosse un post-litigio ferocissimo, come se fosse un addio per sempre.
E invece, sono solo alcuni giorni di lontananza. Provvisoria. Determinata. Definita.
Non conta.
Per noi del cancro, il sentimènto non ha confini temporali, quantitativi.


E' successo qualche settimana fa, e ancora non ci stavamo salutando. Lore mi è corso incontro, mi ha abbracciato, l'ho preso in piedi sulle mie gambe, e ha iniziato a saltarci sopra, e mi guardava negli occhi, e rideva.
E io gli piangevo in faccia, lacrime silenziose e sottili che mischiavo a un sorriso che mi veniva sgangherato, io stessa se mi fossi guardata allo specchio forse non mi sarei riconosciuta.
Pensavo che per dieci giorni mi sarebbe mancato quel momento esatto, quel singolo saltello con sorriso e pizzicotto sulle mie guance salate, e mille altri ancora. Il primo pensiero è stato "come faccio". Poi cerco di cambiare discorso, cambiare gioco, fare qualsiasi cosa che possa distogliere i miei occhi dal secernere acqua salata.


E poi ci siamo salutati, e io con gli occhiali scuri, e la voce rotta, e il muso che non mi vedevo ma che ho in testa perchè A. mi imita sempre, quando ridiamo di questa cosa, e allora io so come divento in quei momenti lì.
Perchè lei lo sa che sono così, pensa che sia esagerata, e lo sono, ma non me lo dice.
Appoggia il mio limite, lo accetta per ciò che è, anche a suo discapito.


E Lore stava in braccio a lei, e mi dicevano, ti chiamiamo tutti i giorni zia.
E io, gli occhiali, il muso, il naso, pezzi di me che mi deformano in un secondo, cancellano tutto ciò che riesco ad essere nella vita normale, mi fanno diventare un'aliena ai miei stessi occhi. Io accenno un sorriso artificiale,  di quelli che cerchi di fare in mezzo alle lacrime, uno squarcio storto di azzurro in un cielo grigio di tempesta.
Ecco, se dovessi definirmi in quel momento, mi definirei storta.
E vado, con lacrime.
Se aggiungiamo il tragitto in macchina verso casa, CIAO.
Se aggiungiamo la canzone giusta alla radio,


spegni la radio.


Partenze come mancanze. Mancanze che non si possono descrivere come non si possono spiegare certi movimenti di crosta terrestre.
Mancanze di pezzi di sè, quando voi non ci siete.
Mancanze di sguardi che sanno, e che tutto capiscono prima del detto.
Mancanze di parole e frasi sempre uguali, che sanno di vero, di voglia di condividere il tempo, di andare in un qualsiasi tipo di negozio il pomeriggio, di giocare col pongo sul terrazzo.
Di fare il thè la domenica pomeriggio con la nebbia fuori a solcare le strade di un paese che non è più il mio.


Di un "ziiia, dài, giuchiamo", di un "love, vieni a casa", di un generico e settimanale, "ma tu quando vieni dalla tua mamma?".